venerdì 8 maggio 2009

the frrail

Avevo iniziato da poco le 150 ore, un breve stage nel laboratorio di modellistica.

Gli studenti del politecnico entravano con grossi blocchi azzurri di polistirolo, che veniva incollato, poi tagliato e infine scartavetrato da mani sicure che non si arrestavano finchè le forme non assomigliavano alla perfezione ai disegni tecnici che affollavano i tavoli. I curiosi oggetti venivano poi coperti da numerosi strati di vernice e da uno strato di primer, per conservare e rendere più forti e luminosi i colori.

Nel laboratorio, mi occupavo soprattutto della pulizia e manutenzione, o rispondevo ai consigli che i ragazzi ogni tanto chiedevano. A fine giornata, o dopo un lavoro particolarmente intenso, svuotavo le seghe circolari dai resti di polistirolo e trucioli, sostituivo i fili delle macchine a taglio incandescente, pulivo tavoli e pavimenti, e sostituivo il rotolo della carta da pacchi che serviva come base per colle e verniciatura.

Un giorno, poco prima della chiusura, proprio uno di quei fogli attirò la mia attenzione.

Alcune gocce di pittura nera erano scivolate da una bomboletta malfunzionante, e si erano depositate sul foglio in macchie dense e spesse, ma nette e definite. In alcuni casi, avevano disegnato tagli a forma di mezzaluna, come virgole, creando così un disegno ritmico, strutturato, seppur totalmente casuale. La colla spruzzata in precedenza aveva poi raccolto tonalità di grigio e azzurro, che si legavano perfettamente al colore della carta da pacco e alle gocce nere.

Quel foglio mi incantava. E non riuscivo a smettere di guardarlo.

Non certo per la sua bellezza, ma comunicava in modo deciso qualcosa. Al momento non lo capivo ancora, e non riuscivo a comprendere. Decisi quindi di portarlo con me.

Quel giorno ero in macchina con un caro amico. Caro, ma che si mostrò terrorizzato all'idea di portare quel foglio sporco e polveroso nel bagagliaio della sua macchina. Dovetti insistere per fargli capire che quella 'cosa' sarebbe venuta con noi ad ogni costo. Inoltre il fatto che ne fosse così esageratamente schifato me la rendeva ancora più simpatica e interessante.Alla fine, messa in sicurezza la macchina con numerosi fogli di quotidiano, tornammo a casa.Il foglio rimase lì, in attesa, per un certo tempo.

Nel laboratorio di illuminotecnica che frequentavo, un giorno il professore lanciò un'esercitazione: creare una lampada di carta. A lavoro finito, mi resi conto di aver replicato senza volere un modello esistente. La particolarità stava nel materiale di base. Avevo costruito una semplice struttura verticale nella quale si inseriva un neon portatile. Due fasce laterali incorniciavano il 'famigerato' foglio sporco e polveroso. La lampada che ne era nata, assomigliava ad una torre conficcata nel terreno, con strane iscrizioni in una lingua immaginaria.

Accesa, di certo non creava problemi di sovrailluminazione! Ma i disegni si animavano, con le gocce di pittura nera che contrastavano con calde tonalità di giallo del cartone retroilluminato.

A ogni progetto di design viene dato un nome.Forse per il precario equilibrio della struttura verticale, o per la consistenza non proprio decisa? No, la ragione principale era sottolineare la sua natura apparente di scarto e rifiuto. Un punto di debolezza e fragilità non più nascosto, ma esibito. the frrail

Poco tempo più avanti, in un periodo di calma, iniziarono a maturare naturalmente delle idee, una lenta trama di sensazioni, colori, superfici e musica.




http://www.myspace.com/thefrrail

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